Misticismo - Esoterismo

La Rosa come Simbolo dell'Anima in evoluzione.

La Mistica dell'Anima - Il Nettare della Rosa

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Dio, Teologia, Misticismo, Filosofia, Gnosi, Esoterismo.

giovedì 23 gennaio 2014

I PITAGORICI













Pitagora (Samo, 570 a.C. circa – Metaponto, 495 a.C. circa) è stato un filosofo greco antico.

Fu matematico, taumaturgo, astronomo, scienziato, politico e fondatore a Crotone di una scuola iniziatica secondo quanto tramandato dalla tradizione.

Viene ricordato come fondatore storico della scuola a lui intitolata, nel cui ambito si svilupparono le conoscenze matematiche e le sue applicazioni come il noto teorema di Pitagora.

Il suo pensiero ha avuto comunque importanza per lo sviluppo della scienza occidentale, perché ha intuito per primo l'efficacia della matematica per descrivere il mondo


Continua:http://it.wikipedia.org/wiki/Pitagora


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I PITAGORICI


Con i Pitagorici ci troviamo per la prima volta di fronte ad un'autentica scuola filosofica, sebbene molto arcaica e rudimentale.

Siamo in pieno VI secolo a.C. e la scuola filosofica assume il carattere di scuola mistica: i contenuti si rispecchiano infatti parzialmente nella setta degli Orfici, mentre le pratiche sono assolutamente uguali: basti pensare che per entrare a far parte della scuola bisognava essere sottoposti ad un rito di iniziazione Sicchè, più che di una scuola, si tratta di una comunità filosofica, religiosa e politica (in certo senso si può anche parlare di "setta" religiosa) i cui membri conducevano vita comune e venivano iniziati. Tutti i pensatori che lavorarono in questa scuola vengono generalmente chiamati Pitagorici, dal nome del loro maestro Pitagora.


Oltre a segnare il passaggio di secolo, Pitagora e la sua scuola segnano anche il passaggio della filosofia dalla Grecia e dalle zone della Ionia alla Magna Grecia.

Cerchiamo di analizzare le vicende di Pitagora, benché la sua figura sia avvolta da un’aura di mistero: egli nacque a Samo e vi restò finchè non salì al potere un tiranno - Policrate di Samo - sfavorevole all'aristocrazia, nella quale Pitagora si identificava pienamente. Quello di Policrate non è un caso isolato: tutto il V secolo in Grecia (e non solo) è infatti una fase di passaggio da aristocrazia a democrazia (i tiranni infatti erano appoggiati dal popolo).


Così Pitagora si vide costretto a fuggire esule a Crotone, nell'attuale Calabria. Ed è qui che egli fondò la scuola, la quale incontrò ben presto un irresistibile successo presso i ceti aristocratici ed i Pitagorici acquisirono un peso determinante nella vita politica di Crotone e delle località limitrofe.

Nella scuola l'insegnamento, originariamente, non era affidato allo scritto, ma era impartito oralmente. Inoltre, entrare a far parte della scuola era molto difficile e quando si entrava non vi era la libertà di agire a piacimento: per un po’ di tempo si era, per così dire, Pitagorici "in prova", acusmatici, ossia ascoltatori di precetti che venivano impartiti senza che venisse mostrato il perchè: gli acusmatici di loro non dicevano nulla, ma si limitavano ad imparare i precetti dei Pitagorici già maturi . Interessante è il modo di definizione pitagorico: se ad esempio veniva loro chiesto che cosa fosse bello, rispondevano dicendo la cosa più bella. Era come se trasformassero la domanda "che cosa è bello?" in "quale è la cosa più bella?".


E' interessante notare che Aristotele (Metafisica, I), quando ci parla dei vari filosofi che l’hanno preceduto, lo fa singolarmente, ma nel caso dei Pitagorici descrive collettivamente: la scuola stessa era caratterizzata da una vita collettiva (con tanto di comunione dei beni), religiosa e politica, in cui i legami interni erano fortissimi. A Pitagora fu attribuita la valenza di profeta e la sua figura sfumò presto nella leggenda.


Le dottrine della scuola erano segrete e anche dopo la morte di Pitagora continuarono ad essere a lui attribuite le variazioni e le evoluzioni, immaginando che parlasse tramite la divinità: da qui nacque la famosa espressione ipse dixit ("l'ha detto lui in persona"), con la quale si indicava che ogni elaborazione non era altro che uno sviluppo delle dottrine del maestro Pitagora. Proprio per questo non sappiamo se il celebre teorema di Pitagora sia effettivamente suo o di qualcun altro a lui vicino.


Tutto però ebbe fine quando nel 510 circa vi fu una rivolta democratica a Crotone che portò alla distruzione della scuola, che era di schieramento aristocratico. La tradizione narra che l' opposizione democratica crotoniate, guidata da un certo Cilone, assalì i Pitagorici nella loro sede e ne fece morire un gran numero nelle fiamme.


Sembra poi che il Pitagorismo abbia perfino influenzato le civiltà "barbare" e che il re Numa Pompilio sia stato un pitagorico, ma molto probabilmente si tratta semplicemente di leggende.

Si dice spesso che i Pitagorici fossero anti-femministi, aspetto che per altro era caratteristico dell'intera società greca, ma probabilmente non è corretto: basti pensare che nella scuola le donne erano accettate.


Entriamo ora nell'ambito delle dottrine pitagoriche: tratto saliente dei Pitagorici è il marcato ascetismo a cui essi fanno capo: la pratica di non mangiare carni (la commedia greca ce li rappresenta ironicamente come dei morti di fame) e la credenza (di marca orfica) nella trasmigrazione delle anime e nelle loro espiazioni di colpe sono i pilastri della vita pitagorica; con loro prende via la tradizione del corpo come tomba dell’anima destinata – attraverso Platone prima e attraverso il cristianesimo dopo – a segnare in maniera indelebile la cultura occidentale.

La cosa curiosa è che Pitagora ci è presentato come politico, come etico, come fisico e come matematico: insomma, come una figura a trecentosessanta gradi.


Nel primo libro della Metafisica, Aristotele attribuisce ai Pitagorici la dottrina per cui i numeri costituiscono l’essenza di tutte le cose, tant’è che per lo Stagirita essi rientrano tra i primi indagatori della natura, sebbene non rinvengano l’arch in un unico principio, ma in una miriade di principi (i numeri); il che fa di loro non già dei monisti, bensì dei pluralisti.


Tuttavia non è chiaro a quali Pitagorici faccia riferimento Aristotele (a quelli originari o a quelli a lui contemporanei?): pare difficile che egli alluda ai primi, anche perché la tradizione attesta che il nucleo originario dei loro insegnamenti fosse rigorosamente impartito per via orale e, come se ciò non bastasse, i destinatari erano tenuti al silenzio; solo più tardi, con Filolao di Crotone e Archita (IV secolo a.C. quasi), i Pitagorici mettono per iscritto le loro dottrine ed è dunque presumibile che ad essi alluda Aristotele.


Due risultano essere le più importanti dottrine formulate dal Pitagorismo .

La prima è quella della trasmigrazione delle anime, di derivazione orfica: l'Orfismo trovò fertile terreno di sviluppo nell'Italia Meridionale e senz'altro sostenne la dottrina della trasmigrazione delle anima prima dei Pitagorici.

Sembra quindi che Pitagorismo e Orfismo siano la stessa cosa, ma non è così.


L'Orfismo è di carattere maggiormente religioso, il Pitagorismo è più filosofico.

Ma vi è poi un'altra grande differenza, che consiste nei mezzi con cui si può raggiungere il fine (la purificazione): per gli Orfici occorreva compiere riti e vivere in modo giusto, per i Pitagorici bisognava sì vivere in modo giusto e compiere riti, ma anche (e soprattutto) conoscere i numeri, che stanno alla base della dottrina pitagorica.

La seconda grande dottrina pitagorica è appunto quella dei numeri, che è legata, come abbiamo visto, alla precedente.


I Pitagorici furono dunque i primi greci ad occuparsi in maniera sistematica della matematica. Essi Ritenevano che i principi della matematica fossero anche i principi dell'intera realtà. Notarono infatti che la matematica aveva tutti i principi adatti per essere presa come principio dell'intera realtà.


Essa non è un'opinione e Aristotele stesso dirà che gli oggetti di studio della matematica sono permanenti ed immutabili.

Se ad esempio prendiamo la musica, gli accordi non sono nient'altro che rapporti matematici.


Proprio partendo da questo esempio, che è il più evidente, estesero le loro dottrine all'intera realtà, così come aveva fatto Talete con il magnete.

Così come Talete aveva notato che tutte (o quasi) le cose sono caratterizzate dall'acqua, i Pitagorici notarono che tutte le cose sono caratterizzate dalla misurabilità, vale a dire che si possono misurare. Chiaramente questo segnò un grandissimo passo avanti verso l'astrazione.


Bisogna senz'altro riconoscere un merito ai Pitagorici: per loro infatti la fisica è spiegabile tramite la matematica. Il loro rapporto con la matematica non è puramente metodologico, come è per noi, ma anche ontologico: non si tratta per loro di studiare solo i numeri, ma anche la realtà, servendosi dei numeri.


Nonostante i Pitagorici abbiano avuto la grande intuizione di applicare la matematica per indagare la realtà, non se ne sono serviti poi molto.

Il motivo di questo loro limite è dovuto in gran parte alla mancanza di strumenti concettuali e materiali.

Non potendo fare della matematica un uso effettivo, essi finirono per provare a cogliere delle somiglianze tra le caratteristiche dei numeri e quelle della realtà.


Per esempio, arrivarono a dire che il numero due corrispondeva al genere femminile, il tre al maschile, il cinque al matrimonio (3+2 = 5). Il quattro ed il nove corrispondevano invece alla giustizia in quanto erano i primi numeri quadrati e suggeriscono l'idea di ordine.


Nel tempo stesso va detto che la speculazione numerica pitagorica non può non essere stata influenzata dall' osservazione dei fenomeni astronomici: dagli astri essi debbono aver tratto le loro prime idee dei numeri aventi posizione, cioè fissati come punti nello spazio, degli aggruppamenti numerici formanti figure geometriche definite e costanti , della ricorrenza di alcuni numeri nei fenomeni celesti. In altre parole, il numero viene elevato a principio universale di interpretazione, via via che é esteso dall' ordine aritmetico a quello geometrico e, finalmente, all' ordine fisico.


Così, espressione spaziale dell' uno é il punto; della linea, limitata da due punti, il due; della superficie il tre; del solido il quattro. E' Aristotele che attribuisce ai Pitagorici la dottrina secondo la quale i numeri costituiscono l'essenza di tutte le cose.

Per comprendere meglio il significato di essa, è necessario tenere conto del modo in cui erano abitualmente compiute le operazioni di calcolo.


I Greci si servivano dei yefoi, ossia di pietruzze mediante le quali i vari numeri erano rappresentati visivamente.

Con questi numeri figurati è possibile costruire serie, per esempio quella dei numeri quadrati.



Infatti partendo dal primo numero quadrato, 4 (2x2), essenza della giustizia, raffigurato con quattro punti
applicando lo gnomone, ossia una specie di squadra, si può ottenere il numero quadrato successivo 9 (3x3), anch'esso essenza della giustizia, in questo modo   e poi   ossia 16, il quadrato di quattro e così via con i numeri successivi.


Da notare che i Pitagorici non conoscevano lo zero ed è anche facile capire il perchè: con le pietruzze è impossibile rappresentarlo.


Questo fatto contribuisce a conferire all'uno uno statuto particolare: è un'entità indivisibile, rispetto alla quale nulla è antecedente.

Più che un numero come gli altri, l'uno è la sorgente da cui nascono tutti gli altri numeri.

Questi a loro volta si suddividono in pari e dispari, che i Pitagorici identificavano con l'illimitato ed il limite.


L'uno veniva chiamato parimpari, in quanto aggiunto ad un dispari genera un pari ed aggiunto ad un pari genera un dispari: ciò significa che l'uno deve contenere in sè sia il pari sia il dispari.

Il dispari, a sua volta, diviso in due lascia sempre come resto un'unità che permane come limite, mentre ciò non avviene nel caso del pari, che è pertanto identificato con l'illimitato, l'infinito, che con i Pitagorici diventa un concetto fortemente negativo e così sarà per tantissimo tempo.

Mediante il calcolo con i sassolini i Pitagorici dimostrano visivamente alcune proprietà relative a queste classi di numeri: per esempio che pari più pari dia pari, che dispari più dispari dia pari e così via.


Di grande simpatia godeva anche il 10, che rappresentava tutti gli altri insieme: . Inoltre esso era una sorta di compendio dell'intero universo ed è rappresentabile sotto la forma chiamata tetraktuV (letteralmente significa "gruppo di quattro").  


Infatti, la "tetrattide" (tetraktuV) compendiante in sé l’universo (l’1 è il punto, il 2 la linea, il 3 la superficie, il 4 il solido: 1+2+3+4=10).

La tetrattide rappresenta quindi la successione delle tre dimensioni che caratterizzano l'universo fisico.


Queste considerazioni mostrano come per i Pitagorici ciascun numero è dotato di una propria individualità e pertanto non tutti i numeri si equivalgono come importanza (sembra che l'aristocrazia dei Pitagorici coinvolga addirittura i numeri).


I numeri costituiscono una gerarchia di valore e alcuni numeri assurgono a simboli di altre entità, fisiche o concettuali: è il caso della giustizia, rappresentata dal 4 e dal 9. E visivamente il quadrato è rappresentato come la figura avente i lati uguali.

Questa trama di corrispondenze simboliche tra numeri e cose è chiamata dai moderni "mistica del numero".

E' la conoscenza di questo complesso universo di relazioni tra numeri e cose che costituiva per i Pitagorici il vertice dell'apprendimento.


Tra i numeri esistono logoi, ossia rapporti e tra i rapporti è possibile rintracciare una proporzione (in greco analogia), ossia uguaglianze di rapporti .


Soprattutto Archita sembra essersi dedicato allo studio di esse.

I rapporti e le proporzioni si manifestano soprattutto nell'ambito musicale, dove è centrale la nozione di armonia.

Poichè anche i corpi celesti compiono con i loro movimenti percorsi regolari, esprimibili numericamente, i Pitagorici giungono a sostenere l'esistenza di un'armonia delle sfere celesti, non afferrabile dall' occhio umano.


L'ARMONIA DELLE SFERE



Il cosmo (la parola greca kosmoV significa ordine) dei Pitagorici è costituito infatti da un fuoco centrale, paragonato al focolare di una casa, intorno al quale ruotano la terra, la luna, il sole, i cinque pianeti allora conosciuti, ed il cosiddetto cielo delle stelle fisse.


Forse per contemplare la serie fino a raggiungere il 10, i Pitagorici aggiungono anche l'antiterra, situata tra il fuoco centrale e la terra. L'aspetto più interessante della cosmologia pitagorica è che – per la prima volta nella storia - la terra non viene vista come centro dell'universo.

Ma numero e proporzione dominano non solo su questa scala cosmica, ma anche all'interno del mondo umano.


Essi sono all'occhio dei Pitagorici lo strumento fondamentale per far cessare la discordia tra gli uomini e instaurare l'armonia tra essi, nei loro rapporti economici e politici, attribuendo a ciascuno secondo la proporzione geometrica ciò che gli è dovuto in rapporto al suo valore e non a tutti lo stesso.


Risalta anche qui l'orientamento aristocratico dei Pitagorici, contro i quali tuonerà Eraclito: per lui infatti il rapporto tra gli opposti non deve essere di armonia, ma di lotta, di tensione.

Per i Pitagorici invece per avere armonia ci deve essere annullamento tra gli opposti.


Tra i Pitagorici va senz'altro ricordato Filolao, che compose uno scritto in dialetto dorico (che secondo la tradizione sarebbe stato comprato da Platone stesso).

Della sua opera ci sono rimasti alcuni frammenti dove è annunciata in maniera assertoria la tesi che il cosmo è composto di elementi illimitati e limitanti.


Ritornando alle dottrine pitagoriche, come i movimenti celesti sono eterni, perchè in essi, per la loro circolarità, il principio e la fine si ricongiungono, così anche l'anima, a differenza del corpo, ha una serie di ritorni periodici.

Del ritorno periodico di tutte le cose, diceva il pitagorico Eudemo che, data l’identità del moto e la costanza delle successioni, tutti gli eventi si riprodurranno in un tempo prefisso: "così anch' io tornerò a parlare, tenendo questo bastoncino in mano, a voi seduti come ora; e tutto il resto si comporterà ugualmente".  




VERSI AUREI

I "versi aurei" costituiscono l'essenza dell'insegnamento Pitagorico; essi non sono direttamente riferibili al filosofo, ma costituiscono una "summa" dei dogmi della "scuola italica", messa per iscritto dai Pitagorici che seguirono la via del maestro dopo la morte di quest'ultimo, per istruire coloro che sarebbero venuti dopo di loro.

Questi principi erano l'unico strumento che consentiva agli adepti di seguire la via divina e di elevare lo spirito, essenza suprema di ciascun individuo, fino al raggiungimento dell' "estinzione delle sofferenze terrene" per mezzo dell'unione tra lo spirito "individuale" dell'iniziato e Dio, concepito come unica fonte creatrice del tutto.


Venera innanzitutto gli Dei immortali e serba il giuramento;  onora poi i radiosi eroi divinificati e ai demoni sotterranei offri secondo il rito;  onora anche i genitori e a te chi per sangue sia più vicino;  degli altri, fatti amico chi per virtù è il migliore, imitandolo nel parlare con calma e nelle azioni utili.

Non adirarti con un amico per una sua colpa lieve, sinchè tu lo possa;  approfondisci lo studio di queste cose e queste altre domina: il ventre anzitutto e così pure sonno, sesso e collera;  non far cosa che sia turpe in faccia ad altri o a te stesso, ma, soprattutto, rispetta te stesso;  poi, esercita la giustizia con le opere e la parola;  in ogni cosa, di agir senza riflettere perdi l'abitudine;  considera che per tutti è destino morire;  delle ricchezze e degli onori accetta ora il venire, ora il dipartirsi;  di quei mali, che per demoniaco destino toccano ai mortali, con animo calmo, senz'ira sopporta la tua parte pur alleviandoli, per quanto ti è dato: e ricordati che non estremi sono quelli riservati dalla Moira al saggio;  il parlare degli uomini può essere buono o cattivo; che esso non ti turbi, non permettere che ti distolga. E se mai venisse detta falsità, ad essa calmo opponiti.


Fonte: http://www.filosofico.net/pitago.html

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IL PITAGORISMO

Dal gr. πυϑαγορισμός, der. di Πυϑαγόρας «Pitagora».


LA DOTTRINA E IL SISTEMA PITAGORICO


I protagonisti:

Il sodalizio, fondato da Pitagora a Crotone, si affermò politicamente anche in altre città della Magna Grecia.


Un moto di opposizione (che sembra si sia svolto in una o in due fasi, all’inizio e verso la fine del 5° sec.) mise però fine al pitagorismo crotoniate, i cui rappresentanti furono arsi vivi dagli avversari, a eccezione dei soli Archippo e Liside. Liside, trasferitosi a Tebe, v’inaugurò la tradizione del pitagorismo tebano, a cui appartennero Filolao e i suoi scolari Simmia e Cebete, noti attraverso il Fedone platonico; Archippo, tornato nella patria Taranto, fu a sua volta l’iniziatore del p. tarantino, poi illustrato specialmente da Archita, l’amico di Platone.


Altri principali rappresentanti dell’antica tradizione pitagorica, la quale si estinse nella seconda metà del sec. 4° a.C. per risorgere più tardi nel neopitagorismo, furono Eurito, Ocello Lucano, Timeo di Locri, Echecrate, Arione, mentre ne subirono in vario modo l’influsso il medico Alcmeone, l’eracliteo Ippaso, l’astronomo Iceta, al quale Diogene Laerzio (Vite dei filosofi, VIII, 85) fa risalire le prime dottrine circa il moto della Terra, e che sembra riconducesse il movimento giornaliero delle stelle fisse alla rotazione della Terra intorno al proprio asse.


Questa posizione fu poi ripresa dall’atomista e anassagoreo Ecfanto e da Eraclide Pontico; ancora Copernico ricorderà l’ascendenza pitagorica della sua dottrina eliocentrica.


LE DOTTRINE PITAGORICHE


Il verbo pitagorico è anzitutto etico-religioso.

I membri della comunità distinti in ‘essoterici’ o novizi e in ‘esoterici’ o iniziati, e poi anche in ‘acusmatici’ e ‘matematici’ devono sottostare a precise regole: rispettare il silenzio e ubbidire all’autorità dogmatica che risale a Pitagora (è la norma deil’ipse dixit o αὐτὸς ἔφα).


Inoltre sono tenuti a seguire una serie di comportamenti e regole pratiche la cui finalità appare analoga a quella a cui mira l’orfismo.


Anche il pitagorismo, infatti, è fortemente orientato verso l’aldilà: è propria del p., ancor prima che orfica, la concezione della metempsicosi.

Accanto a questi elementi di carattere etico-religioso, sono già presenti nel più antico pitagorismo spiccati interessi scientifici, innanzi tutto nel campo matematico e musicale: la scuola pitagorica, infatti, trasferisce le acquisizioni matematiche anche nei cieli, rintracciando anche in essi l’armonia dei suoni.


I pianeti distano, per i pitagorici, dello stesso intervallo proporzionale che la scuola aveva dimostrato sperimentalmente esistere tra le note musicali.

Le sfere celesti perciò risuonano di una perfetta armonia.


La disciplina musicale diviene così il paradigma di riferimento per il riconoscimento di un disegno d’ordine immanente al cosmo, di cui l’armonia delle sfere sarebbe la manifestazione più alta.


L’invenzione della teoria nota come ‘armonia delle sfere’ viene comunemente ascritta alla scuola pitagorica o a Pitagora stesso, che secondo la testimonianza di Giamblico (La vita pitagorica, 65-67) era in grado di udire la musica cosmica, e variamente giustificata come un portato degli studi matematici, geometrici, musicali e astronomici (che nella concezione pitagorica mantengono una stretta interdipendenza, e non a caso confluiranno poi nel quadrivio medievale).


La scoperta delle leggi matematiche determinanti i fenomeni musicali e, nello stesso tempo, l’approfondimento della matematica stessa, della quale i pitagorici possono essere considerati i fondatori nel mondo ellenico, li conducono a una visione del mondo che alla ricerca ionica dell’unica sostanza di tutte le cose risponde designando come tale lo stesso sistema dei rapporti matematici che in esse si rivela imperante.


Tale dottrina ci è giunta in formulazioni alquanto diverse (i numeri sono gli «elementi» delle cose; i numeri sono l’«essenza» delle cose; i numeri sono i «modelli» delle cose, ecc.), che, per l’incertezza e la scarsezza della documentazione, è difficile interpretare come reali oscillazioni di pensiero o come fasi diverse di elaborazione; certo è che vi è implicita una separazione, un dualismo, tra «numeri» e «cose».

È qui l’origine della dottrina che, attraverso un lungo processo evolutivo, influisce sul tardo Platone (in partic. nel Timeo), il quale aveva del resto già subito l’influsso dell’idea pitagorica della metempsicosi.


Ed è qui anche la ragione del particolare significato di alcuni numeri e, fra tutti, della mistica «decade», celebrata da Filolao, sulla quale i pitagorici giuravano: essa infatti risulta dalla somma del «parimpari» (cioè dell’unità, in quanto generatrice sia della serie dei numeri pari, sia della serie dei numeri dispari), del primo pari, il due, del primo dispari, il tre, e del primo quadrato, il quattro.


Un altro dei temi principali dell’antica filosofia pitagorica sembra sia stato quello della determinazione degli opposti, fondata sulla coppia «pari-dispari», da cui erano fatte derivare le altre («limite-illimitato», «luce-tenebre», «maschio-femmina», «bene-male», ecc.), che segnavano i criteri delle riflessioni cosmologiche, etiche, ecc. Per ragioni di simmetria, i pitagorici considerarono dieci il numero dei corpi celesti che ruotano intorno a un fuoco centrale (ἑστία; Filolao, fr. 7), di cui il Sole sarebbe un riflesso.


Fonte Enciclopedia Treccani

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MICHELE P.